Abolire (alcune) tasse è davvero di destra

Non amo parlar degli altri, ma questa era troppo grossa per tacerla.

Sto ovviamente parlando della proposta avanzata oggi da Pietro Grasso durante l’assemblea di Liberi e Uguali a Roma, di abolire completamente le tasse universitarie.

 

Capiamoci, non c’è nulla di folle in tutto ciò, è perfettamente legittimo fare una proposta di questo genere. Ma io non sono d’accordo, perché è una proposta di destra.

Oggi, per chi non lo sapesse, il calcolo delle rate delle tasse universitarie viene effettuato in base all’indicatore ISEE-U, ossia in base al reddito e allo stato patrimoniale (proprietà, investimenti, etc…) della famiglia di chi si iscrive all’università.

Per fare un esempio, prendendo il calcolatore delle tasse di UNIGE, fino a 13.000 euro di ISEE-U si è esenti, poi si inizia a pagare da un minimo di 444 Euro, fino ad un massimo di due rate di complessivi Euro 3.000 per chi ha un ISEE-U uguale o superiore ai 100.000 Euro.

Abolire le tasse universitarie, pertanto, significa semplicemente non dare nulla alle famiglie più deboli ed invece far risparmiare qualche soldo a chi invece forse ne ha meno bisogno.

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Il Grande Bias delle elezioni siciliane

 

È interessante rilevare come tutti i riflettori siano puntati sulle elezioni siciliane. Eppure basterebbe guardare i risultati precedenti per capire che non è mai stata una partita aperta. Eppure si sono sprecati e si sprecheranno fiumi di inchiostro per spiegare che si, in fondo che il centrosinistra abbia vinto nell’isola solo quando la destra si è presentata spaccata è comunque un po’ colpa di Renzi. Ed in parte lo è anche, per carità, nella stessa misura in cui è colpa sua se ogni singolo Circolo del PD non funziona come dovrebbe. E soprattutto se Fausto Raciti è stato eletto segretario regionale con il sostegno della parte di Partito storicamente legata a Francantonio Genovese e Mirello Crisafulli.

Io francamente credo che per far tornare la Sicilia contendibile, così come il Veneto, servirà uno sforzo di rinnovamento maggiore, ma questa è un’altra storia.

Buchi Neri

Proviamo a prendere in esame i fatti, parlando di Sicilia. Cose reali, numeri, dati: tutta roba che in generale non interessa. E partiamo dal Pd, che nelle scorse elezioni regionali prese il 13.4% dei voti. Niente di strano, da quelle parti la sinistra non ha mai contato niente. Il Pd e le “cose” che l’avevano preceduto avevano preso il 18.7% nel 2008, il 14% nel 2006, il 10.3% nel 2001, il 13.3% nel 1996, il 10.5% nel 1991, e via raccattando percentuali minime, da sempre (anche il mitologico Pci dei Macaluso prendeva sì e no intorno al 20% nelle amministrative).

Veniamo poi alle coalizioni. Nel 2012 Crocetta vinse le regionali (mettendo insieme un misero 30%) solo e soltanto perché la destra era divisa, altrimenti non avrebbe mai vinto, come non ha mai vinto nella sua storia siciliana. Nella tabella riportata, Salvatore Vassallo ha dimostrato bene e agevolmente che anche aggregando…

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Mettere le cose in fila

Di sconfitte epocali e strettissime ma percorribili vie d’uscita

 

“La Superba ha svoltato a destra” — così titolava il principale quotidiano della città. Quello che è accaduto è certamente un fatto epocale: dopo quasi trent’anni di maggioranze di sinistra, Genova si è risvegliata con un sindaco sostenuto da Forza Italia, da Fratelli d’Italia e con la Lega Nord come maggiore azionista.

Lasciando da parte lo sgomento, assolutamente comprensibile, è fuor di dubbio che il risultato di queste elezioni è tale da non consentire affatto un’analisi veloce. La sconfitta è stata infatti causata da fattori di temporalmente prossimi e di lungo periodo, da dinamiche locali e nazionali, errori degli sconfitti e bravura degli sfidanti, insomma, uno scenario estremamente complesso e variegato.

Cerchiamo quindi di mettere in ordine alcuni concetti a mio parere cruciali per comprendere meglio che cosa è accaduto:

Perdere una città che si amministra da tanto tempo è innanzitutto un giudizio sulla qualità delle amministrazioni precedenti. Nel particolare, a Genova, si pagano quattro situazioni ben precise, AMIU, AMT, l’assenza di un piano complessivo per riportare qui posti di lavoro e abitanti e, ultimo ma non per importanza, la mancanza di una visione sulla trasformazione delle ex aree industriali.

Nelle elezioni amministrative conta ormai molto poco l’appartenenza, moltissimo i candidati e le proposte. La campagna elettorale del centrosinistra è stata sottotono. Gianni Crivello era un buon candidato, ma per reggere il confronto con un candidato con il curriculum e la presenza di Marco Bucci era necessario portare all’attenzione dell’elettorato delle proposte forti, capaci di parlare al cuore della città e dei suoi cittadini.

Gli elettori danno fiducia a chi si presenta compatto e convincente, come quasi ovunque è stato il centrodestra. Fatico a capire come possa essere credibile agli occhi dell’elettore medio essere alleati per il governo della città mente si è nemici acerrimi a Roma.

L’elettorato è più liquido che mai, come dice il mio amico https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fwalter.rapetti%2Fposts%2F10214016622516316&width=500“>Walter, e anche se un elettorato liquido è molto più complicato da gestire, questa non è affatto una cattiva notizia, perché l’alternanza è il principale valore aggiunto della democrazia.

Il Partito Democratico è forse nel momento peggiore dalla sua fondazione. Gli iscritti, i militanti e gli elettori più affezionati faticano a riconoscersi in una formazione che mentre passa gran parte del tempo a parlarsi addosso sembra aver perso completamente la simpatia dei cittadini, ma anche la capacità di essere empatico con i sentimenti del suo popolo.

Il centrosinistra, come l’abbiamo conosciuto, è finito. Il caso di Genova farà scuola, perché è la dimostrazione plastica di come, condensatasi nel Partito Democratico l’eredità politica ed ideologica dell’Ulivo, non è più sufficiente mettere insieme alleanze larghe per ottenere il successo elettorale.

Cercando di trarre le conclusioni che discendono da queste premesse, in vista del necessario cambio al vertice del nostro partito locale, è evidente che chi fino ad oggi ha guidato la nostra organizzazione territoriale deve davvero fare un passo avanti, mettendosi a disposizione di una nuova classe dirigente che prenda le redini e riorganizzare la federazione in modo da costruire una struttura agile e pensante, vicina ai problemi dei cittadini, al fine soprattutto di ricreare un senso di comunità che si è andato perdendo nelle divisioni congressuali e a causa degli asti personali. A livello nazionale invece, cercando di imparare la severa lezione che questa tornata amministrativa ci ha dato, è necessario smettere da subito di parlare di nulla, e rimettere al più presto al centro l’iniziativa politica, da una parte dando al governo Gentiloni gli input necessari a concludere bene il suo mandato, dall’altra convocando una conferenza programmatica che finalmente abbia un’impostazione bottom-up, partendo dai circoli, possibilmente con il coinvolgimento degli elettori delle primarie, e dopo un dovuto passaggio di sintesi nazionale, ritorni a dare la parola agli iscritti attraverso lo strumento del referendum interno, inserito in statuto e mai utilizzato.

È una sfida molto grande, ma solo giocandola al meglio delle nostre possibilità avremo la chance di poter governare i prossimi cinque anni. E la vinceremo solo se non la giocheremo per noi, ma per l’Italia.

For the many, not for the few; Avanti, insieme.

 

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Il sistema ideale

Di Porcinellum e altre storie.

Il testo della nuova legge elettorale disegna un meccanismo di elezione talmente bizzarro da sembrare paradossale. Non si capisce infatti da quale recondita pratica alchemica sia stato partorito il sistema che lascerebbe a casa alcuni vincitori dei collegi, mentre garantirebbe un posto a Roma a chi avrebbe la fortuna di essere candidato nei listini circoscrizionali.

Il dato a mio parere politicamente rilevante è che i cittadini di quei territori cui il consenso è indirizzato verso una parte, come succede per il PD in Emilia e Toscana, la Lega in Veneto e parte della Lombardia, o il Movimento 5 Stelle in Calabria e Sicilia, vedranno penalizzati i loro rappresentanti locali in favore di chi sarà scelto a livello nazionale dai vertici, senza per altro la possibilità di disgiungere il voto, vero viatico per i paracadutati.

Lunedì, introducendo il tema in Direzione, Matteo Renzi ha tenuto a specificare che il sistema elettorale tedesco non è il nostro sistema ideale, seguito da par suo da Grillo, con il post odierno sul sacro blog. È probabile che allo stesso modo la pensi Matteo Salvini, che in un sistema del genere rischierebbe di essere a capo della quarta forza del parlamento, con ben poche chances di incidere sulla linea di governo.

L’unico vero vincitore quindi, neanche a dirlo, sarebbe Silvio Berlusconi, che in un colpo solo potrebbe liberarsi del giogo della Lega e avere a disposizione praticamente tutti parlamentari scelti a tavolino, non essendo in questo momento Forza Italia probabilmente in grado di vincere più di una manciata di collegi in tutta l’Italia.

Ora, qualcuno gentilmente mi spiega perché Matteo Renzi e Beppe Grillo siano così ansiosi di regalare a Silvio Berlusconi il sistema ideale?

 

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Una questione di principi

“La vocazione maggioritaria del Partito Democratico, il suo proporsi come partito del Paese, come grande forza nazionale, si manifesta nel pensare se stesso, la propria identità e la propria politica, non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più o meno grandi della società, ma come proiezione della sua profonda aderenza alle articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo della storia italiana e della complessità della società contemporanea, in una visione più ampia dell’interesse generale e in una sintesi di governo, che sia in grado di dare adeguate risposte ai grandi problemi del presente e del futuro.”

Il Manifesto dei Valori del Partito Democratico è lungo ed articolato, enuncia principi alti, parla di politica, di rapporto con la società, di istituzioni, ma il suo passaggio fondamentale, quello che davvero mi ha convinto ad aderire al progetto, è quello che ho riportato qui sopra.

Perché? Perché pensavo all’epoca, e continuo a pensare oggi, che è nell’interesse del paese che nella sfida per contendersi il governo si confrontino forze politiche aperte ed inclusive, in cui si possano riconoscere persone provenienti dalle più diverse estrazioni sociali. E pensavo inoltre che andasse messa una pietra tombale sul maggioritario all’italiana, caratterizzato dalle coalizioni, aggregati quantomai eterogenei, tenuti insieme più dall’avere un comune avversario e dalla prospettiva di ottenere una fetta di potere che da un’autentica comunità d’intenti e condivisione di obiettivi.

Che la stagione del maggioritario all’italiana sia stata definitivamente mandata in pensione dal referendum del 4 dicembre è fuor di dubbio, ma allo stesso modo la tornata referendaria non può e non deve essere usata come scusa per farci tornare dritti alla prima Repubblica, perché significherebbe un tradimento senza appello dei valori fondanti del nostro partito. Non dobbiamo e non possiamo retrocedere di un centimetro dall’intento di dare al nostro paese un sistema istituzionale e una legge elettorale maggioritaria.

Detto ciò, comprendo le ragioni di fondo del voto della Direzione Nazionale del PD di ieri, con la decisa apertura all’accordo sul modello tedesco, su cui pare potersi costruire un largo consenso in parlamento, ma non posso dire assolutamente di condividerlo. In primo luogo perché per le ragioni precedentemente menzionate ritengo impensabile avvallare una svolta proporzionale, ed in secondo luogo perché ritengo che nel nostro paese, lontano anni luce dalla Germania per cultura politica e assetto istituzionale, una legge proporzionale non farebbe altro che gettare il paese nella palude.

Aspetto con ansia quindi di leggere il testo della legge, sperando almeno che riprenda il fondamento della legge tedesca, ossia la possibilità di esprimere due voti, il primo per il collegio uninominale ed il secondo per determinare la cifra elettorale nazionale, oltre ovviamente ad uno sbarramento abbastanza alto da consentire solo alle forze principali di entrare in parlamento.

Tuttavia continuo comunque a chiedermi per quale ragione non si possa ragionare in questo paese di un sistema semplice, che elegge i parlamentari in collegi uninominali, dove chi prende più voti vince.

E non riesco a smettere a pensare che mi pare una pazzia autocondannarsi alle larghe intese con Forza Italia.

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Romanzo Quirinale, quarto giorno. Cofferati, il nuovo Rodotà

La domanda che mi ricorre in mente da qualche giorno è: ma è possibile che Matteo Renzi non si accorga che la situazione ligure potrebbe rivelarsi un boomerang su di lui e sull’intero Partito Democratico nazionale?

mario lavia

La bomba ligure è destinata a deflagrare anche sulla Grande Corsa al Colle, almeno nelle prime tre votazioni. In poche parole, tutti quelli che intendono far pagare un prezzo politico e d’immagine al premier potrebbero convergere sul nome di Sergio Cofferati, assurto a simbolo dell’antirenzismo dopo la sua sconfitta, attenuata dalle irregolarità, alle primarie in Liguria.

Nel quarto giorno dell’era post-napolitaniana infatti pare confermarsi il proposito dei civatiani (che hanno già detto che alle regionali non voteranno il Pd che sosterrà Raffaella Paita) di votare nelle prime votazioni per l’ex leader della Cgil. Con loro potrebbero esserci molti parlamentari della sinistra pd, dissidenti grillini (e forse non solo dissidenti), Sel, “disturbatori” forzisti in odio a Renzi e al patto del Nazareno. Difficile quantificare ma si potrebbe arrivare a oltre 200 voti.

Al “Cinese” spetterebbe dunque la parte che due anni fa fu interpretata da Stefano Rodotà, punta di diamante degli…

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Adesso la rottamazione dobbiamo farla sul serio.

Poco meno di un anno fa Matteo Renzi vinceva le primarie con oltre il 65% dei voti, che sommati al quasi 15% dei consensi raccolti dalla mozione di Pippo Civati dicevano che praticamente 8 elettori su 10 esprimevano una rottura nettissima con il passato.

Un anno dopo ci ritroviamo all’indomani di due elezioni regionali celebratesi anzitempo, entrambe per problemi giudiziari dei due Presidenti uscenti, che ci danno due dati fondamentali: la gente non va a votare, ed il centrodestra è morto. Entrambi i fenomeni si erano manifestati già in occasione delle europee, ma li abbiamo ritrovati amplificati, e soprattutto, in modo diverso rispetto a maggio, hanno colpito duramente il Partito Democratico. Ed hanno colpito in quello che è il luogo simbolo, la roccaforte della sinistra italiana, dal 45 ad oggi, ossia l’Emilia Romagna. Il PD, come lista, perde circa 350.000 voti, e il candidato presidente è eletto con 600.000 voti in meno rispetto alla tornata precedente.

Partendo dal presupposto che chi sta a casa ha sempre torto, è comunque necessario capire in fretta quali sono i motivi che stanno a dietro a ciò che è successo, per evitare che nella tornata di regionali che si svolgerà nella prossima primavera tutto ciò si ripresenti. A parer mio non serve poi andar molto lontano, e non a caso ho citato l’esempio delle primarie del 2013, perché le motivazioni che hanno fatto rimanere a casa un così grande numero di nostri elettori non sono dissimili da quelle che l’anno scorso hanno fatto diventare il 53% della fu mozione Bersani il 20% scarso della mozione Cuperlo, ossia lo stantio ripresentarsi delle stesse persone che da ormai trent’anni gestiscono il potere.

La gente ha detto basta. E ce lo ha già detto due volte a livello globale, contando anche la sconfitta delle politiche del 2013. Il sistema di potere che è nato nella seconda repubblica è morto, così a livello nazionale, così a livello locale. Si vince, ma soprattutto si convince, se si da l’idea di essere in rottura con un passato di cui i nostri elettori danno complessivamente un giudizio negativo. Così è successo con Renzi, ma si potrebbe dire lo stesso di Nicola Zingaretti in Lazio,  di Debora Serracchiani in Friuli Venezia Giulia, o ancora, guardando le quasi 40000 preferenze di Brando Benifei alle Europee.

Questo voto quindi non è assolutamente da interpretare come giudizio sul governo, e quindi sul Presidente del Consiglio Matteo Renzi. È però un serio campanello d’allarme per il Segretario Renzi, che a questo punto non può continuare a disinteressarsi di ciò che accade nei territori, appaltando tutto il lavoro ai suoi prodi scudieri Guerini e Lotti. Perché se il Partito a Roma è cambiato, e tanto, di certo non si può dire lo stesso del territorio, dove a farla da padroni sono rimasti sempre gli stessi, indenni ad ogni cambio al vertice. Gli stessi che rendono le organizzazioni territoriali impermeabili al cambiamento, primi responsabili dell’emorragia di tessere, e soprattutto del rifiuto dei giovani di farsi coinvolgere all’interno del partito.

Sono superati dalla storia, ma hanno reso il loro sistema talmente impermeabile che solo una spinta dall’alto può buttarli giù dalla loro torre. E quella spinta deve trovare il tempo di darla Renzi.

L’assessore ai trasporti si è fatto trasportare…

Eh si, il nostro Enrico ne ha detta un’altra delle sue. Dopo aver cavato dal cilindro una perla del livello “I treni vanno a batterie“, riferendosi al cambio di tensione alla stazione di Ventimiglia (ogni volta che la leggo mi rovescio sulla sedia, poi mi viene da piangere, pensando a quanto è incompetente chi gestisce i trasporti della nostra regione), l’assessore ha ben pensato di uscire con un comunicato in pompa magna in cui, ricalcando i toni di un’espressione delle RSU di Bombardier, annuncia che chiederà a Trenitalia di rinunciare a fare un bando europeo per la costruzione delle nuove vetture semipilota Z1, al fine di assicurare lavoro alle aziende italiane, e a “sostenere il mercato interno”, esprimendo infine il desiderio che una parte della commessa sia assegnata allo stabilimento di Vado Ligure.

In questo caso, a mio modo di vedere, l’assessore sbaglia due volte. In primo luogo sul piano formale: la normativa europea obbliga tutte le amministrazioni pubbliche, a cui il Gruppo FS è parificato, a fare gare europee per tutte le procedure di gara per forniture e servizi di importo maggiore di 207.000 €. Inoltre, quando si parla di mercato interno, la definizione viene dal Trattato di Lisbona, articolo 2, comma 3, ossia nella sezione “principi fondamentali” e recita:

3.   L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico.

Quindi, non si può certo parlare di mercato interno ragionando entro i confini del nostro Stato. Il secondo errore, poi, è forse ancora più grave, e denota ancor di più una certa miopia nell’osservare anche quello che accade all’interno dei nostri confini. Il problema è che, ponendo per assurdo che le FS, in sfregio alle norme, bandiscano una gara limitata alle aziende italiane, non vedo proprio in che modo si potrebbe avere la sicurezza che Bombardier vinca l’appalto, considerando poi che chi è stato seduto fino a ieri sulla sedia più importante del Gruppo oggi ricopre la stessa posizione in Finmeccanica, proprietaria del costruttore AnsaldoBreda.

Forse il nostro caro assessore, fattosi trasportare nel passato dalla splendida imitazione di Camusso e Landini che vogliono telefonare ai giornali usando i gettoni, crede di essere ancora al tempo della ricostruzione ferroviaria degli anni ’50 e ’60, in cui le commesse per il nuovo materiale rotabile venivano lottizzate tra tutti i costruttori, che per altro erano tutti di proprietà pubblica.

Caro Enrico, capisco che possa dispiacere, ma non funziona più così, e meno male che sostieni chi dice di voler portare il cambiamento nella nostra regione.

Ora scusate, visto che voglio che queste cose le sappia, esco a comprare una scheda telefonica per chiamarlo.

Continuare a navigar di sponda.

Come annunciato dal Presidente della Regione tre giorni fa

, l’accordo per ILVA si farà. Per i lavoratori di ILVA, ovviamente, in quanto la fabbrica, in quanto azienda produttiva, in grado di produrre ricchezza e stare sul mercato, non esiste più da anni. Da dieci anni, per la precisione, quando, nel 2003 si decise la dismissione dell’area a caldo, la cokeria, gli altiforni, la colata continua. L’acciaio.

Fu ovviamente un lavoro a metà: il più grande stabilimento siderurgico del nord italia veniva di fatto chiuso, con la dismissione dei suoi altiforni, ma, come spesso a Genova succede, non si ebbe allora il coraggio di fare una scelta più decisa, di chiudere l’intero sito produttivo, e restituire un’area immensa e dall’incalcolabile potenziale di sviluppo alla città.

Oggi come allora, e forse peggio di allora, perché oggi solo un cieco può non vedere che, a meno di enormi investimenti statali, l’impianto di Genova è già morto, si continuano a cercare soluzioni palliative per evitare di affrontare il problema. E così via con i contratti di solidarietà, i lavori socialmente utili, la cassa in deroga. Ossia tutte quelle misure che rendono folle il sistema degli ammortizzatori sociali in Italia.

Le responsabilità della politica locale sono evidenti. Lo erano dieci anni fa, lo sono ancora di più oggi. Soprattutto da parte da chi da mesi si riempe la bocca di rappresentare la novità, mentre riesce soltanto a ripresentare le stesse ricette decotte.

Sia per incapacità, sia per mancanza di capacità di rischiare, sia perché proprio non si sa cosa far fare a quelle 765 persone, sia perché hanno perso, o non hanno mai avuto la capacità di guardare le persone in faccia e dire le cose come stanno, che evidentemente non è facile come andar in giro a inaugurare bocciofile.

Insomma, si navigò di sponda, di sponda si è continuato a navigare fino a oggi, ma continuando a navigar di sponda, certamente il nostro più illustre cittadino non sarebbe certo arrivato in America.

A noi non serve andare in America, serve però qualcuno che finalmente si prenda la responsabilità di dire che il Secolo Breve è finito, anche in Liguria.

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